giovedì, 19 luglio 2018
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Rapporto Annuale Istat: l’Italia è socialmente e sociologicamente in declino

1,6 milioni di famiglie in stato di povertà assoluta.
Il 28,7% della popolazione italiana è a rischio di esclusione sociale ed emarginazione.
Il 70% degli under 35 non riesce ad andare a vivere lontano dai genitori a causa della mancanza di lavoro.
Crescono i bad-jobs, alcune professioni stanno scomparendo, le classi sociali si stanno disgregando, i redditi sono mal distribuiti e a sentirne il peso sono soprattutto le famiglie italiane con figli e gli stranieri residenti in Italia.
Il 6,5% della popolazione rinuncia alle visite mediche non potendosele permettere.
Questi sono soltanto alcuni dati presenti nel  Rapporto Annuale dell’Istat ma che bastano a dipingere un’Italia in pieno declino.
Alcune classi sociali stanno scomparendo, la classe operaia e la piccola borghesia, un tempo protagoniste indiscusse dei movimenti di massa, oggi stanno per essere rimpiazzate da nuovi gruppi.
L’appartenenza a una determinata classe sociale non dipende più da motivazioni familiari, storiche, lavorative o ereditarie ma dai redditi e dalle pensioni ed è proprio per questa ragione che oggi, la persona di riferimento in una famiglia in Italia, è una persona anziana che percepisce una buona pensione.
Secondo il Rapporto,  i redditi contribuiscono al 64% della disuguaglianza e le pensioni al 20%.
Da queste premesse l’Istat ha individuato nove nuovi gruppi che compongono la società italiana, distinti in base al reddito valutato in termini di spesa media mensile, dai 1.697,00 € delle famiglie a basso reddito ai 3.000,00 € delle famiglie di impiegati e dei pensionati d’argento, ai 3.800,00 € della classe dirigente:
  • giovani blue-collar;
  • famiglie a basso reddito.
Questi due gruppi stanno sostituendo la classe operaia.
  • Famiglie di impiegati in pensione;
  • famiglie di operai in pensione;
  • famiglie tradizionali della provincia.
Questi tre gruppi stanno sostituendo la piccola borghesia.
  • Anziane sole a basso reddito;
  • giovani disoccupati;
  • pensioni d’argento;
  • classe dirigente.
A questi gruppi rilevati dall’Istat occorrerebbe aggiungere quello dei working poors, persone che riescono a sopravvivere solo intrattenendo più rapporti di lavoro contemporaneamente, lavori poco qualificati, mal retribuiti e facilmente sostituibili attraverso l’automazione o attraverso la forza lavoro proveniente da altri Paesi dell’est europeo, del continente asiatico e di quello africano.
La conseguenza logica di tale mutazione della società italiana è l’aumento delle disuguaglianze.
Oggi per chi non è figlio della classe dirigente è quasi impossibile affermarsi in Italia.
Per chi non è figlio della classe impiegatizia è difficile partecipare ad attività ricreative, come ad esempio permettersi il biglietto per un concerto o per il teatro.
A rimpiazzare tali attività ci pensa la televisione.
Inoltre le iscrizioni all’Università sono diminuite perché non tutti possono permettersela.
In aiuto delle famiglie in difficoltà arrivano le donne, infatti in quattro casi su dieci sono le principali percettrici di reddito.
A tale scenario è da aggiungere il fatto che negli ultimi anni l’Italia ha perso 1,1 milioni di giovani (18-34 anni), di figli ne nascono sempre meno mentre la popolazione ultra 65enne è aumentata del 22% rendendo l’Italia il Paese più vecchio d’Europa.