giovedì, 19 luglio 2018
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Economia e sociologia: nuovi confini e la rivoluzione keynesiana

I confini tra economia e sociologia furono marcati nuovamente nel secondo dopoguerra a causa degli sviluppi interni alle due discipline.
Un primo sviluppo riguarda l’indagine economica, l’obiettivo era quello di ridurre lo scarto tra modelli analitici e realtà storico-empirica.
Un secondo sviluppo riguarda il livello microeconomico, le due strutture ideali di mercato, concorrenza perfetta e monopolio, non rappresentano la realtà concreta dei mercati e per questo l’interesse si spostò su altre forme di mercato definite concorrenza imperfetta (Robinson) o concorrenza monopolistica (Chamberlin) secondo cui le imprese differenziando i prodotti possono in parte sottrarsi alla concorrenza e determinare una segmentazione del mercato acquisendo così un vantaggio quasi monopolistico.
Chamberlin spostò l’attenzione dal mercato all’impresa, le aziende cominciarono ad essere studiate empiricamente.
Secondo Bell, Chamberlin preparò una rivoluzione nella microeconomia così come Keynes la preparò nella macroeconomia.
Il “ponte verso la realtà” più influente da fine anni ’30 ai primi anni ’70 fu l’opera di Keynes pubblicata nel 1936 “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”.
Una caratteristica della rivoluzione keynesiana fu quella di essere di fatto anticipata dalle politiche economiche di diversi governi (USA di Roosevelt, Germania nazista, Svezia socialdemocratica), in quanto gli effetti della grande depressione avevano spinto gli Stati a intervenire nel campo economico (opere pubbliche, sussidi, protezione sociale).
In una conferenza del 1926, “La fine del laissez faire”, Keynes aveva sottolineato che i mali economici sono frutto dell’incertezza e l’esempio che fa è quello tra risparmi e investimenti:
“A causa dell’incertezza del futuro non è detto che i risparmi degli imprenditori si traducano in investimenti perché
se le loro aspettative di guadagno sono negative allora si avrà un volume più basso di investimenti. Tali argomenti non devono essere giudicati da un privato, è lo Stato che deve intervenire”.
Nella Teoria Generale Keynes sposta l’indagine economica dal livello micro al livello macro.
L’economia neoclassica si occupava della formazione dei prezzi e della distribuzione dei redditi.
Con Keynes l’attenzione si concentra sui fattori che influenzano la produzione e l’occupazione, data una certa disponibilità di capitale, lavoro e tecnologia.
L’economia keynesiana si basa sul breve periodo e considera data la capacità produttiva ed è stata concepita per curare le depressioni.
Keynes prende le distanze dagli economisti classici e neoclassici che condividevano la Legge di Say o Legge degli sbocchi:
“L’offerta crea sempre la domanda, ci saranno degli squilibri momentanei tra domanda e offerta ma la concorrenza riallocherà le risorse per garantirne il pieno impiego”.
Secondo Keynes la domanda è composta da due componenti:
a) Parte di reddito spesa in consumi ;
b) Parte di reddito investita che deriva dal reddito risparmiato .
Keynes ritiene che i risparmi non si traducano tutti in investimenti, la propensione a consumare diminuisce con il crescere del reddito, aumenta quindi il reddito risparmiato e i risparmi non saranno interamente investiti anche con tassi di interesse bassi.
Tale ragionamento porta a concludere che gli imprenditori non investiranno se le aspettative sono negative ed è compito dello Stato, attraverso la spesa pubblica, colmare la differenza tra risparmi e investimenti e a promuovere il pieno impiego delle risorse (capitale, lavoro, tecnologia) quindi lo Stato ha il compito di regolare la domanda.
Le nuove politiche economiche hanno due aspetti comuni:
a ) Deficit spending: il debito pubblico viene usato per stimolare la domanda in una situazione in cui la domanda è inferiore alla capacità produttiva;
b ) Interventi redistributivi dello Stato: a favore dei gruppi più poveri per stimolarne la domanda, ad esempio attraverso la politica fiscale.
In tale contesto si inserisce anche Talcott Parsons il cui obiettivo era quello di spostare la sociologia verso la Teoria Generale.
Dopo la pubblicazione de “Il sistema sociale” nel periodo postbellico, la comunità sociologica cominciò ad allontanarsi dalla sociologia economica avvicinandosi alla Teoria Generale e allo studio delle istituzioni in isolamento da altri fattori (devianza, controllo sociale, ecc.).
Nella Teoria dei sistemi sociali la società è vista come un insieme di strutture interdipendenti che per riprodursi devono assolvere quattro funzioni:
a) Funzione di adattamento: procurarsi risorse sufficienti per la riproduzione della società, svolta dalla struttura economica;
b) Funzione di conseguimento dei fini: svolta dalla struttura politica;
c ) Funzione di latenza: trasmette valori e norme, svolta dalla struttura familiare/religiosa/scolastica;
d ) Funzione di integrazione: prevenzione dei conflitti, distribuzione delle ricompense, stratificazione sociale, svolte dalle strutture che possiedono tali funzioni.
Nella “Struttura dell’azione sociale” l’azione economica è orientata da valori comuni e non da fattori biologici o psicologici come nell’empirismo positivista e nemmeno è condizionata da fattori ideali o normativi come nell’empirismo storicista o romantico.