domenica, 25 febbraio 2018
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La nuova sociologia dello sviluppo, lo Stato Sociale keynesiano e la political economy comparata

Nel secondo dopoguerra la sociologia economica si concentra sullo studio dei Paesi delle aree arretrate e prende corpo una nuova sociologia dello sviluppo grazie a vari fattori:
a ) In seguito al processo di decolonizzazione si formano molti Stati indipendenti che si trovano ad affrontare i problemi della crescita economica;
b) Il contrapposi di due blocchi rende importante per i Paesi del blocco occidentale sostenere lo sviluppo economico dei nuovi Stati per evitare che essi cedano all’influenza dell’Unione Sovietica.
Prende così forma la Teoria della modernizzazione alla cui base vi è l’idea che:
“la modernità occidentale induca i Paesi arretrati verso il cambiamento”.
All’interno di tale quadro sono diversi gli approcci seguiti:
1) Teoria della modernizzazione: il cambiamento sociale è condizionato da fattori socioculturali e politici endogeni dei Paesi arretrati, il cambiamento porterà tali Paesi ad avvicinarsi al modello di società occidentale;
2) Teoria della dipendenza: affermata a seguito delle difficoltà incontrate nello sviluppo dei paesi arretrati (Africa, Asia, America Latina). Il cambiamento dei Paesi sottosviluppati avviene tramite condizionamenti economici esercitati dai Paesi sviluppati. Tale teoria non riuscì a rendere conto delle diversità che si manifestavano nello sviluppo dei Paesi arretrati;
3) Political economy comparata: affermata a seguito dei problemi incontrati dalla teoria della dipendenza, pone al centro dell’attenzione il ruolo delle istituzioni politiche nel processo di modernizzazione attraverso un confronto tra Paesi asiatici e Paesi latino-americani.
Diversi studi hanno contribuito alla formulazione della Teoria della modernizzazione:
a) Approcci influenzati dallo struttural-funzionalismo: secondo Levy e Hoselitz nelle società tradizionali le reazioni economiche si basano sull’ascrizione (beni assegnati in base ai criteri di appartenenza a un determinato gruppo) piuttosto che sul principio di prestazione.
Sono caratterizzate inoltre dal particolarismo (soggetti valutati con criteri che mutano al mutare delle caratteristiche dei soggetti come l’appartenenza a una razza, casta o famiglia) e non dall’universalismo (soggetti valutati con criteri generali).
Levy contrappone l’orientamento razionalistico, tipico della società moderna ove l’azione sociale ed economica è influenzata dagli sviluppi della scienza e della tecnica con l’orientamento tradizionalistico ove l’azione sociale ed
economica dovrà rispettare la tradizione.
Ciò produce una limitata divisione del lavoro che non consente un impiego produttivo del capitale e quindi lo sviluppo economico.
Lo sviluppo può avviarsi solo se i modelli culturali e strutturali si avvicinino alle caratteristiche della società moderna: razionalità prestazione, universalismo, specificità funzionale.
Le innovazioni inoltre possono essere introdotte da nuove èlite intellettuali, politiche, economiche ed è importante
che l’imprenditorialità cresca dal basso perché chi si trova in posizioni marginali sarà più propenso a innovare sul piano economico.
Il modello di Smelser e Eisenstadt si richiama al concetto di differenziazione strutturale.
Nella fase di transizione da una società tradizionale a una società moderna si passa da strutture polifunzionali a strutture specializzate.
Nelle società tradizionali le attività economiche sono svolte dalla famiglia, nelle società moderne le attività economiche non sono svolte dalla famiglia e si diffondono imprese che utilizzano forza lavoro salariata e producono per il mercato.
Lo sviluppo economico accresce la mobilità sociale e le domande di partecipazione politica, più rapido è lo sviluppo più probabile sarà lo sviluppo di situazioni conflittuali.
In queste situazioni è importante il ruolo dello Stato che dovrà ottenere legittimazione attraverso ideologie nazionaliste che sostituiscono le credenze religiose.
In alternativa si considerava possibile un’alternativa di tipo socialista.
Per quanto riguarda gli aspetti politici della modernizzazione è stato formulato il concetto di sviluppo politico, un processo di differenziazione delle strutture e di secolarizzazione della cultura politica.
Lo sviluppo politico viene presentato attraverso diverse sfide: costruzione dello Stato, costruzione della nazione, partecipazione della popolazione, distribuzione delle risorse.
Nei Paesi arretrati tali sfide tendono a sovrapporsi causando diverse problematiche,invece nei Paesi occidentali si sono manifestate in momenti diversi.
b) Formazione della personalità moderna: secondo Daniel Lerner il contatto con le società occidentali fa diffondere una personalità mobile caratterizzata da razionalità ed empatia.
La formazione di una personalità moderna è vista come un processo di socializzazione secondario, ove importante è l’istruzione e i mezzi di comunicazione di massa.
David McClelland vede la formazione di una personalità moderna come processo di socializzazione primaria con la
famiglia al centro di tale processo.
La personalità moderna è caratterizzata da un forte bisogno di realizzazione che stimola l’imprenditorialità e lo sviluppo economico.
Secondo Hagen il processo di socializzazione primaria nelle società tradizionali spinge alla nascita di personalità
autoritarie e non innovative che accettano in modo acritico la gerarchia sociale.
c) Studi sugli stadi di sviluppo verso la modernità e la convergenza: nella Teoria degli stadi Rostow elabora una sequenza di cinque stadi:
1) società tradizionale;
2) precondizioni per il decollo;
3) decollo economico/industriale;
4) maturità;
5) fase di elevati consumi di massa.
Per il decollo industriale è necessaria l’intrusione delle società più sviluppate e ciò può avvenire o attraverso un’occupazione militare o attraverso una maggiore apertura a contatti economici e culturali.
In riferimento alla Teoria della convergenza Kerr assume che vi sia una logica dell’industrialismo, un’unica tecnologia che assicuri i risultati più efficienti dal punto di vista economico-produttivo, ciò spinge le diverse società ad acquisirla organizzandosi dal punto di vista istituzionale per sfruttarla al meglio.
Ne deriva una spinta alla convergenza istituzionale.
E’ possibile rilevare che tutti gli studi che hanno portato alla definizione della Teoria della modernizzazione hanno un nucleo comune: i Paesi arretrati sono caratterizzati da un modello di società tradizionale ove elementi culturali e strutturali sono interdipendenti e rappresentano il primo ostacolo da superare per lo sviluppo economico e avvicinarsi al modello della società moderna occidentale.
Le critiche rivolte alla teoria della modernizzazione si concentrano su quattro punti focali:
a ) Lo sviluppo dei Paesi arretrati non segue gli stadi di sviluppo percorsi dalla società occidentale arrivando ad una convergenza istituzionale;
b) I modelli di società tradizionale e moderna non sono contrapposti;
c) I contatti tra Paesi arretrati e sviluppati non stimolano lo sviluppo;
d) Il motore del cambiamento non è endogeno.
La Teoria della dipendenza ritiene che i contatti con i Paesi sviluppati producano sottosviluppo in quanto i Paesi arretrati sono sfruttati dai Paesi sviluppati.
Sono tre i meccanismi che determinano una sottrazione di risorse nei confronti dei Paesi sottosviluppati:
1) Scambio ineguale: le materie prime e i prodotti agricoli sono esportati a prezzi più bassi rispetto ai prezzi dei prodotti industriali importati dai Paesi sviluppati;
2) Penetrazione diretta del capitale straniero: nel settore delle materie prime, in quello agricolo e in quello industriale viene sfruttato il costo del lavoro più basso per produrre beni standardizzati;
3) Ricorso a prestiti internazionali: determinato dalle deboli condizioni economiche, rende difficile lo sviluppo.
Secondo la sociologia storica della modernizzazione (tra gli autori Bendix) il cambiamento è condizionato dai rapporti tra società e ambiente esterno che muta con lo sviluppo storico.
Il cambiamento è un processo complesso in cui si intrecciano fattori esogeni (condizionamenti politici, culturali, economici, provenienti dall’esterno), eventi contingenti (la guerra ad esempio), fattori endogeni (mobilitazione politica, intervento statale, ecc.).
Per tali ragioni occorre prestare attenzione ai soggetti (identità, interessi e conflitti) che introducono il cambiamento.
Tale prospettiva tende a guardare all’analisi storica comparata per arrivare a tre aspetti principali:
a) Non esiste un percorso unico di modernizzazione;
b) Il processo di modernizzazione è influenzato da fattori esogeni ed eventi contingenti;
c) Il processo di modernizzazione è influenzato in maniera decisiva dal tipo di risposta alle sfide esterne che i fattori endogeni consentono.
La Teoria della dipendenza non riuscì a rendere conto delle diversità che si sviluppavano nei paesi arretrati per quanto riguarda lo sviluppo economico, così negli anni ’70 prese piede la nuova political economy comparata che si basa su comparazioni tra un numero limitato di casi, secondo cui il cambiamento è condizionato dal ruolo dello Stato e dai suoi rapporti con l’esterno, cioè dalla sua capacità di controllare i legami internazionali.
I fattori che influenzano l’efficacia dell’intervento statale sono:
1) Buona macchina statale: struttura burocratica efficace;
2) Leadership politica orientata allo sviluppo: autonoma dagli interessi presenti nella società.
Per quanto riguarda la convergenza istituzionale vi sono stati dei tentativi di affrontare tale questione in termini teorici, sulla base dell’analisi comparata delle diverse civiltà di Weber.
Hamilton in una ricerca sul capitalismo asiatico sostenne che molto importante fu il ruolo del confucianesimo che fu un ostacolo allo sviluppo capitalistico, in quanto nega la piena affermazione individuale e insiste sugli obblighi di appartenenza alla rete familiare, parentale e comunitaria.
Tutti gli elementi tradizionali divennero una risorsa per lo sviluppo economico (forme di identificazione comunitaria nelle imprese, reti di imprese).
Ciò porta a respingere l’idea di convergenza istituzionale e ad affermare l’idea della differenziazione dei processi di modernizzazione a seconda delle diverse civiltà.
Durante gli anni ’70 la sociologia economica riprende a studiare i Paesi sviluppati a causa del declino dello Stato Sociale keynesiano parallelamente con la crescita dell’inflazione e della disoccupazione.
Come metodo si afferma la comparazione tra casi nazionali con lo scopo di comprendere in che modo i fattori istituzionali, in particolare lo Stato, influiscono sulle tensioni economiche e sociali e sulle risposte.
La sociologia economica si qualifica come political economy comparata ove il termine inglese economy indica le attività economiche concrete e non l’economia come disciplina (economics).
Inizialmente la ricerca si colloca a livello macro:
– origine dell’inflazione;
– grado di controllo dell’inflazione in occidente.
Negli anni ’80 la political economy comparata affronterà
– la competitività;
– il grado di dinamismo dei diversi tipi di capitalismo.
Gli aspetti macro si combineranno con quelli micro, ci sarà un interscambio tra la political economy comparata e la
nuova sociologia economica che si occupa di:
a) Trasformazioni del modello di organizzazione produttiva fordista (trasformazioni delle grandi imprese della produzione di massa);
b) Nascita di nuovi modelli flessibili.
Il secondo dopoguerra è stato caratterizzato da un crescente intervento dello Stato in campo economico e sociale.
Tale processo non è riducibile al diffondersi delle politiche di sostegno keynesiane, le quali erano concepite per fronteggiare la depressione in un’ottica di breve periodo che considerava date le risorse produttive (capitale, lavoro, tecnologia).
Nel dopoguerra le “politiche keynesiane” si muovono in diverse direzioni:
Keynesismo della crescita: l’intervento statale (spesa pubblica) è usato per sostenere lo sviluppo economico e non solo per curare le depressioni economiche.
Le politiche keynesiane vengono applicate per favorire lo sviluppo di risorse produttive (capitale, lavoro e tecnologia) e per sostenere gli investimenti anche in presenza di piena occupazione.
Il Keynesismo può essere distinto in:
a) Debole: l’intervento pubblico si limita a stabilizzare il ciclo economico sostenendo la domanda nei momenti di recessione e raffreddando la domanda nei momenti di pieno utilizzo dei fattori produttivi. La spesa sociale è meno consistente.
b) Forte: l’intervento pubblico è indirizzato verso la piena occupazione e la crescita economica. La spesa sociale è più consistente.
Programmi di welfare: la spesa pubblica è usata per diffondere programmi di welfare con lo scopo di accrescere il consenso.
Solo in riferimento al keynesismo della crescita e ai programmi di welfare si può parlare di Stato Sociale Keynesiano, un intervento pubblico che si allontana dalle originarie concezioni di Keynes.
Lo Stato Sociale Keynesiano è caratterizzato dalla crescita delle politiche di welfare.
Attraverso l’analisi comparata Bendix mostra che laddove i sistemi politici sono più aperti a riconoscere i diritti civili, politici e sociali delle classi subalterne, tali richieste si sviluppano gradualmente senza mettere in discussione le istituzioni democratiche, l’opposto accade laddove i sistemi politici sono più chiusi.
Secondo la Teoria neomarxista dello Stato (O’Connor, Habermas) le politiche di welfare sono utilizzate per accrescere il consenso come mezzo di riproduzione del capitalismo.
Lo Stato dovrà allocarsi:
a) Spese per il capitale sociale: includono gli investimenti sociali (interventi per le infrastrutture, promozione della ricerca, ecc.) che aumenteranno la produttività del capitale e includono i consumi sociali (sanità, istruzione, casa, ecc.);
b) Spese sociali di produzione: includono gli interventi assistenziali (disoccupazione, povertà,
ecc.).
Titmuss e Esping-Andersen hanno formulato tre ideal-tipi di welfare:
1) Istituzionale – redistributivo: ha una copertura universale, si finanzia con il fisco e la spesa è elevata (es. Paesi Scandinavi);
2 ) Residuale: copre una fascia limitata di popolazione in forte situazione di indigenza, è finanziata con il fisco e la spesa è bassa (es. Usa, Canada, Australia, Regno Unito);
3) Remunerativo: la copertura si basa su un diritto di appartenenza a una categoria socioprofessionale, è finanziata con i contributi, la spesa è media (es. Italia, Spagna, Portogallo, Germania, Austria, Belgio).
Negli anni ’70 il Keynesismo è in difficoltà di fronte a una situazione di stagflazione (elevata inflazione, elevata disoccupazione, rallentamento della crescita).
Lo Stato Sociale Keynesiano tende nel tempo a generare due effetti a livello microeconomico e macroeconomico:
Effetto a livello microeconomico: è legato al raggiungimento di una situazione di piena occupazione.
La classe operaia matura nuove domande sia sul piano retributivo che sul piano del riconoscimento sociale e politico.
Inoltre il lavoro in fabbrica si riorganizza e diventa più rigido generando così una ripresa del conflitto industriale e un rafforzamento dei sindacati che traggono vantaggio dalla piena occupazione.
L’effetto è una spinta alla crescita dei salari che alimenta l’inflazione.
Effetto a livello macroeconomico: i governi sono sempre più in difficoltà a tenere sotto controllo la spesa sociale, le politiche di welfare si identificano sempre più come principi di legittimazione delle democrazie capitalistiche.
I governi sono sottoposti a una incredibile pressione da parte di diversi interessi che puntano a migliorare ed estendere i loro benefici.
Per la classe politica diventa difficile resistere a tali richieste e ridurre i programmi di protezione sociale nonostante una situazione grave dei conti pubblici.
L’effetto è una spinta all’inflazione generata dalle politiche di spesa dei governi.
Altri fattori che influiscono sugli effetti, sia a livello micro che macro possono essere individuati:
a) nella saturazione del mercato dei beni della produzione di massa;
b) nell’ intensificarsi della concorrenza che viene dai Paesi di recente industrializzazione.