sabato, 17 novembre 2018
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Lavoro: possibili soluzioni. Una visione generale

La disoccupazione e la sostituzione del “lavoro regolare” con il “lavoro atipico”, sia nel settore industriale che nel terziario, hanno reso antiquata l’idea tradizionale di occupazione come un impiego a vita, a tempo pieno e con tanto di carriera.
Una soluzione pratica per reagire allo scenario attuale di insicurezza globalizzato, consisterebbe nel prendere seriamente in considerazione delle proposte avanzate da alcuni studiosi e fonderle, non senza criterio, in un tutto, in una sorta di “minestrone miracoloso”, come antidoto alle conseguenze autoprodotte della seconda modernità.
La seconda modernità è causata dalla cosiddetta “modernizzazione riflessiva”, cioè l’autotrasformazione della prima modernità, caratterizzata da una maggiore sicurezza tipica dell’epoca taylor-fordista in una seconda modernità insicura (disoccupazione, precariato, flessibilità, incertezze sul futuro), causata dalla modernizzazione capitalistica basata sulla politica economica neoliberista
“che non considera né lo Stato Sociale né lo Stato-Nazione e ciò porta a indebolire o addirittura annullare i rapporti di lavoro normali, i sistemi di contrattazione neocorporativistici ( governo, industria, sindacati ), la forma industriale del lavoro e della produttività, i partiti di massa e i sistemi di previdenza sociale”.
Tornando agli ingredienti del “minestrone” bisognerebbe:
  • Sviluppare Istituzioni capaci di orientare e sostenere il passaggio del lavoratore da un’occupazione all’altra;
  • Introdurre forme di certificazione, trasferibili da un’azienda alla successiva, delle competenze professionali acquisite da un lavoratore;
  • Compiere interventi sull’organizzazione del lavoro in modo che i lavoratori anziani continuino ad essere utili;
  • Ridare un senso all’idea di posto di lavoro nella placeless society, cioè nella società in cui è possibile e conveniente lavorare ovunque, poiché tale attività ha perso ogni legame definito con un determinato spazio fisico;
  • Attuare programmi di formazione per rendere effettivo il concetto di “apprendimento continuo”, incentrato sia sull’individuo che sullo sviluppo dei sistemi locali;
  • Introdurre il principio del diritto al lavoro a tempo prescelto, dando a ognuno la possibilità di variare individualmente il suo tempo di lavoro, garantendogli comunque un’adeguata remunerazione;
  • Rendere effettivo il lavoro di impegno civile, cioè un lavoro di pubblica utilità, auto-organizzato e volontario, attraverso cui i diritti civili si concretizzano, ricompensato attraverso il reddito di cittadinanza, qualificazioni e riconoscimento dei diritti pensionistici, integrato attraverso fondi comunali, sponsorizzazioni sociali delle aziende e dai profitti conseguiti con il lavoro di impegno civile;
  • Attuare una reale cooperazione e partecipazione dei lavoratori all’andamento dell’impresa;
  • Ridurre l’orario di lavoro adottando il metodo redistributivo presente nel Piano Delors e nella Risoluzione Rocard, cioè “spostando la spesa sociale dall’integrazione di reddito per i disoccupati alla riduzione degli oneri per le imprese che diminuiscono gli orari e fissando un orario al di sopra o al di sotto del quale gli oneri costino di più o di meno”;
  • Favorire la nascita di nuove imprese.
Tali ingredienti sono necessari per combattere la disoccupazione, per migliorare la qualità e la sicurezza nel lavoro da cui deriva la qualità del ciclo produttivo e quindi dei prodotti e dei servizi su cui si regge la competitività nazionale ed internazionale.
Occorre abituarsi all’esistenza di una coesistenza tra lavoro stabile e flessibile, con le adeguate tutele.
Per questo occorre anche un cambiamento di rotta da parte dei sindacati che dovrebbero prendere in considerazione i nuovi problemi sociali prodotti dalla transizione in atto e formulare nuove soluzioni, senza ancorarsi alle vicende che hanno segnato il secolo ormai trascorso.

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