mercoledì, 14 novembre 2018
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I modelli produttivi flessibili, i distretti industriali e l’evoluzione delle grandi imprese

Piore e Sabel hanno introdotto il modello della specializzazione flessibile caratterizzata dalla produzione di beni non standardizzati con macchine utilizzabili per prodotti diversi, realizzati con manodopera qualificata.
La specializzazione flessibile coinvolge sia le grandi che le piccole e medie imprese.
Gli sviluppi successivi della ricerca sui modelli flessibili si concentrano su tre aspetti:
1) Produzione di massa nei termini del neofordismo;
2) Specializzazione flessibile delle grandi, piccole e medie imprese con la loro trasformazione interna e con la loro maggiore apertura alla collaborazione con imprese esterne;
3) Analisi dei fattori istituzionali che consentono la cooperazione tra management e lavoratori e tra imprese, necessaria per il funzionamento dei modelli flessibili, buone condizioni di lavoro e alti salari.
Per quanto riguarda le piccole e medie imprese si manifesta il fenomeno dei distretti industriali.
I distretti industriali sono concentrazioni di piccole e medie imprese con due requisiti essenziali:
1) Il processo produttivo è separabile in fasi per consentire la specializzazione delle piccole e medie imprese per stadi;
2) Le produzioni sono soggette a elevata variabilità quantitativa e qualitativa della domanda, ciò richiede forme di organizzazione flessibile.
Il fenomeno dei distretti industriali è molto diffuso in Italia.
Nel corso degli anni ’70 tale fenomeno si concentra nel centro e nel nord-est, nell’area definita la Terza Italia per
distinguerla dal nord-ovest della prima industrializzazione e dal sud dove l’industrializzazione è limitata.
Le piccole e medie imprese sono concentrate in sistemi locali (aree urbane di piccole dimensioni composte da uno o più comuni limitrofi) con un mercato del lavoro integrato in termini di spostamento tra luogo di lavoro e residenza e un certo grado di specializzazione settoriale.
In un distretto industriale vi sono molte piccole e medie imprese ognuna delle quali si specializza in una fase del processo produttivo.
Solo poche imprese hanno rapporti diretti con il mercato finale, queste ricevono gli ordini, decidono quantità e qualità dei beni da produrre e ne affidano la realizzazione alle altre piccole e medie imprese coordinando il processo produttivo.
Ciò presuppone una elevata collaborazione tra imprese.
I rapporti di cooperazione sono importanti per l’innovazione in quanto danno luogo a ciò che Marshall definiva atmosfera industriale, cioè la rapida diffusione di conoscenze e informazioni per lo sviluppo di continue innovazioni.
Inoltre la cooperazione ha bisogno di fattori culturali e istituzionali che la sostengono.
I fattori istituzionali sono importanti sia per le origini che per il funzionamento dei distretti.
In riferimento alle origini sono importanti tre fattori istituzionali:
1) Rete di piccoli e medi centri: nei quali vi erano tradizioni artigianali che hanno alimentato l’imprenditorialità per le piccole e medie imprese;
2) Rapporti di produzione in agricoltura: la presenza di famiglie che lavoravano nelle campagne ha sostenuto la formazione di un’offerta di lavoro flessibile a costi ridotti;
3) Subculture politiche territoriali: presenza di subculture derivanti dal movimento cattolico, da quello socialista e comunista che rafforzano la base fiduciaria.
Per quanto riguarda il funzionamento occorre considerare altri tre fattori:
1) Cooperazione: tra imprese e tra imprese e lavoratori;
2) Beni collettivi: la produzione dei beni collettivi (servizi necessari all’innovazione e alla crescita produttiva come lo smaltimento dei rifiuti industriali, la formazione professionale, le informazioni sui mercati e sulle tecnologie, ecc.) è affidata ai centri di servizio gestiti dalle organizzazioni imprenditoriali, dai sindacati o dagli enti locali e regionali;
3) Mercato del lavoro: la cooperazione nel mercato del lavoro porta ad accettare una flessibilità interna elevata in termini di orari, straordinari e compiti da eseguire. La cooperazione all’interno del mercato del lavoro è favorita dal tessuto culturale e comunitario.
Secondo vari contributi scientifici ci sono alcuni tratti in comune tra i distretti industriali di diversi Paesi.
I distretti industriali sono legati ad aspetti cognitivi e normativi:
1) Aspetti cognitivi:
a) Tradizioni artigianali;
b) Istituzioni e servizi di ricerca;
2) Aspetti normativi:
a) Presenza di un tessuto fiduciario come risorsa (base politica o etnica);
b) Presenza di istituzioni locali per facilitare la comunicazione tra sapere contestuale locale (know how locale) e conoscenze scientifiche (centri di diffusione della conoscenza);
c) Possibilità per i lavoratori di mettersi in proprio considerata la flessibilità.
Vista l’instabilità e la frammentazione dei mercati le grandi imprese si organizzano per produrre rapidamente ciò che viene domandato dal mercato.
Gli aspetti del cambiamento sono:
1) Riduzione della separazione tra concezione ed esecuzione del prodotto: così si creano forme di decentramento dell’autorità snellendo le unità centrali che diventano solo unità decisionali strategiche;
2) Cambia l’organizzazione del lavoro: si richiede una elevata collaborazione della manodopera, una maggiore qualificazione del lavoro, e viene introdotto il just in time, cioè la produzione di beni differenziati in serie brevi con aggiustamenti continui rispetto alla domanda riducendo scart, tempi morti e l’accumulo di scorte;
3) Potenziamento della collaborazione con subfornitori: in generale le grandi imprese si occupano dello sviluppo di tecnologie chiave, design e assemblaggio lasciando ai subfornitori la produzione di parti complementari;
4) Le grandi imprese diventano più dipendenti dall’ambiente: è il contesto ambientale e istituzionale che influisce sulla possibilità di adattarsi ai modelli produttivi flessibili;
5) Potenziamento della capacità di apprendimento: attraverso cooperazioni tra strutture e soggetti che lavorano nell’ambito delle imprese.
Il nuovo modello flessibile riguarda l’organizzazione e la tecnologia, si sviluppa così un modello organizzativo a rete fondato su un’estesa collaborazione tra imprese che rompe il modello fordista integrato verticalmente.
I distretti possono essere visti come reti di piccole e medie imprese e la grande impresa come impresa – rete.
Le reti funzionano come sistemi di apprendimento, come insiemi di relazioni formali e informali che potenziano la capacità di rapido aggiustamento rispetto al mercato in quanto non è l’impresa che decide i propri obiettivi di produzione ma è il mercato più segmentato e instabile che li impone.
E’ possibile individuare due vie alla flessibilità:
1) Via alta alla flessibilità: È centrata su reti di imprese (distretti) o su impresa-rete (grande impresa).
E’ caratterizzata da:
a) Dinamismo;
b) Innovazione;
c) Condizioni lavorative favorevoli;
d) Produzione diversificata di qualità;
2) Via bassa alla flessibilità: è centrata spesso sull’economia nascosta.
E’ caratterizzata da determinate condizioni di impiego e di costo del lavoro per rafforzare la competitività di prezzo in produzioni di minore qualità.

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