sabato, 21 aprile 2018
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Le Principali Teorie sugli Effetti della Comunicazione Politica

Le principali tappe della ricerca e della teoria sugli effetti della comunicazione politica sono:
  • La prospettiva della società di massa e del comportamentismo: la ricerca scientifica sugli effetti della comunicazione di massa inizia con la “teoria dell’ago ipodermico” (o” teoria del proiettile magico”) nei primi anni del XX secolo.
La teoria dell’ago ipodermico si basa su una visione meccanicistica delle influenze sociali e sulla società di massa concepita in modo tale che i gruppi sono portati a comportamenti irrazionali e facilmente manipolabili.
Secondo tale teoria i messaggi dei media avevano effetti diretti sul modo di pensare della gente e ciò produceva comportamenti prevedibili, indipendentemente dalle caratteristiche sociali e individuali dei soggetti.
Il comportamentismo continuò a influenzare la ricerca fino alla II° Guerra Mondiale ma contemporaneamente si
svilupparono nuove correnti che tendevano a smentire tale approccio.
  • La Scuola della Columbia University: Lazarsfeld fu il primo a condurre delle ricerche sul comportamento politico in rapporto all’influenza dei media.
Le tre indagini più note furono “The people’s choice” del 1944, “Voting” del 1954 e “Personal influence” del 1955.
In queste ricerche venne utilizzato per la prima volta il sondaggio per mezzo di panel rappresentativi di soggetti, intervistati diverse volte in un determinato arco temporale, per evidenziare i cambiamenti rispetto all’emissione dei messaggi.
Questi studi vennero impostati sulle dinamiche comunicative durante le campagne presidenziali statunitensi del 1940 e del 1948.
I risultati della Columbia School possono essere riassunti in quattro teorie sugli effetti della comunicazione:
1. il determinismo sociale: le preferenze politiche di una persona sono determinate dalle sue caratteristiche sociali;
2. l’effetto limitato delle campagne elettorali: solo poche persone cambiano intenzione di voto in seguito all’esposizione a messaggi mediali.
I cambiamenti non sono attribuibili all’informazione veicolata dai media, entrano in gioco altri fattori che filtrano il messaggio e gli impediscono di influenzare direttamente l’elettore.
Gli indecisi e gli interessati sono quelli maggiormente esposti;
3. l’influenza sociale: come detto in precedenza l’influenza dell’opinion leader è più forte dell’influenza dei media quando c’è una discordanza sui contenuti presentati dalle due emittenti, media e opinion leader.
Quando non c’è discordanza le due emittenti sommano la loro influenza nel convincimento del soggetto ricevente.
Le idee che partono dai media arrivano ai leader d’opinione e da questi verso settori meno attivi dell’elettorato;
4. la selettività: gli elettori selezionano, percepiscono e memorizzano solo le informazioni coerenti con il proprio orientamento politico.
Queste teorie furono considerate la prova degli effetti limitati dei media ma le ricerche successive smentirono tale assunto.
  • La Scuola del Survey Research Center (SRC) dell’Università del Michigan: dopo la II° Guerra Mondiale l’interesse sul comportamento degli elettori nelle campagne elettorali crebbe e le tecniche di ricerca cominciarono a permettere di studiare il comportamento politico su campioni vasti di popolazione.
Tali tecniche vennero usate per la prima volta nella campagna presidenziale statunitense del 1952 dalla Michigan School.
Facevano parte di tale scuola Campbell, Converse e Miller.
Le ricerche più famose sono “The people elect a President” del 1952, “The voter decide” del 1954 e “The american voter” del 1960.
Secondo questi ricercatori il comportamento politico non dipendeva dall’appartenenza di gruppo ma dalla psicologia personale dell’elettore, pertanto in contrasto con il determinismo sociale di Lazarsfeld.
Il fattore chiave che poteva spiegare atteggiamenti e comportamenti politici era l’identificazione partitica, cioè “l’attaccamento dell’elettore per uno dei partiti”, per questo gli effetti dei media furono considerati minimi sulle decisioni di voto.
La validità dell’identificazione partitica fu presto contestata.
Nel 1976 Verba e Petrocik, nel volume “The chancing american voter”, basandosi sugli stessi dati dell’SRC raccolti nel
1972, dimostrarono che da un voto di appartenenza partitica si era passati ad un voto ideologico sui problemi, ed è proprio attraverso i media che l’elettore viene a conoscenza dei problemi, si forma un’opinione e confronta i candidati.
  • La riscoperta del potere dei media: dagli anni ’70 in poi avviene una graduale riscoperta dell’importanza dei media in politica, il termine scuola viene sostituito dai termini “filoni di interesse comune” basati sul metodo comparato dove diversi ricercatori cercano di trovare una linea comune.
Tale cambiamento è dovuto ai mutamenti nei sistemi politici e nelle tecnologie della comunicazione.
La riscoperta del potere dei media si racchiude in quattro teorie: “teoria degli usi e gratificazioni”, “teoria dalla dipendenza dai media”, “ipotesi di agenda setting”, “teoria della spirale del silenzio”.
Nella “teoria degli usi e gratificazioni” i ricercatori vogliono dimostrare che la natura della comunicazione di
massa non è sinonimo di gregarietà e manipolabilità del pubblico.
Utilizzano il concetto di pubblico attivo in relazione all’utilizzo e ai contenuti dei media.
Le caratteristiche del pubblico attivo sono la selettività, l’utilitarismo, l’intenzionalità, la refrattarietà all’influenza, il coinvolgimento emotivo e la valutazione (gradimento o rifiuto).
Secondo tale teoria “laddove gli emittenti sanno rispondere e adattarsi alle motivazioni, attese, bisogni del pubblico, il potere di influenza dei messaggi mediali può aumentare notevolmente”.
Nella comunicazione politica tale teoria venne applicata in una ricerca del 1964 sulla campagna elettorale inglese svolta da Blumer e McQuail dal titolo “Television in politics. Its uses and influences”.
Secondo i ricercatori gli elettori – telespettatori si espongono ai messaggi con un pacchetto di aspettative e motivazioni quali il sapere per chi votare, stare aggiornati sull’evoluzione della campagna elettorale, capire come agirebbe un determinato partito una volta giunto al potere, indovinare il vincitore, godersi lo scontro politico.
La “teoria della dipendenza dai media” fu elaborata nel1976 da Ball-Rokeach e De Fleur.
Secondo tale teoria “è attraverso le risorse informative che il sistema dei media mette a disposizione, che individui e gruppi possono soddisfare i bisogni della comprensione di sé e della società, di orientamento all’azione e all’interazione, dello svago personale e sociale. Tale dipendenza dalle fonti informative ha degli effetti sul comportamento e tali effetti di dipendenza sono più potenti nei momenti di crisi, conflitto, cambiamento e meno potenti nei momenti di stabilità”.
L’ “ipotesi di agenda setting” fu avanzata nel 1972 da McCombs.
Secondo tale ipotesi “i media hanno la capacità di stabilire che cosa è importante che le persone sappiano, per il semplice fatto di concedere attenzione a determinati eventi (prima dimensione dell’agenda setting). La gente apprende quanta importanza dare alle issues riportate dai media grazie all’enfasi che i media pongono su di esse (seconda dimensione dell’agenda setting)”.
La “teoria della spirale del silenzio” venne elaborata a metà anni ’70 da Noelle-Neumann secondo cui “i gruppi di potere possono esprimere ripetutamente e con forza le loro opinioni attraverso i media, ciò lascia supporre al pubblico che tali opinioni siano molto diffuse, più di quanto lo siano effettivamente, quindi alcuni sono spinti ad accettarle per non sentirsi isolati nella società, mentre altri con opinioni diverse si sentono socialmente isolati e per questo tacciono, rinunciano a far valere il loro punto di vista”.