domenica, 25 febbraio 2018
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Nell’epoca in cui viviamo una tendenza molto evidente è il desiderio di molti di condurre una vita propria

Ulrich Beck ha evidenziato come a partire dagli anni Settanta, l’espansione dell’istruzione, la diffusione della ricchezza, l’interiorizzazione dei diritti politici e sociali fondamentali, hanno staccato gli uomini dalle sicurezze dell’ambiente di provenienza, rendendoli autori della propria vita.
Negli anni Ottanta e negli anni Novanta a questa individualizzazione esistenziale si aggiunge una individualizzazione del lavoro.
Individualizzazione del lavoro significa che il rapporto di lavoro normale viene meno, sia per quanto riguarda la biografia lavorativa dell’individuo, sia per quanto riguarda il punto di vista aziendale.
In particolare le nuove condizioni contrattuali e la nuova organizzazione dei tempi lavorativi provocano una destrutturazione del tempo della vita sociale che coinvolge in primo luogo la famiglia e la comunità.
Da non dimenticare inoltre che sulla vita del lavoratore si affacciano nuove insidie di emarginazione, i cui rischi vengono scaricati dalla Stato sugli individui e ciascuno è costretto a gestire la sua carriera nel corso di tutta la vita.
L’individualizzazione del lavoro può anche assumere diverse forme “tecniche”, come ad esempio:
l’ “outsourcing o esternalizzazione”, la possibilità per le aziende di stabilire dei rapporti di lavoro senza vincoli, quindi informali;
il “franchising”, che riguarda la possibilità per un affiliato, che non è né un imprenditore né un dipendente, di acquistare denominazioni di aziende, marchi o tipologie merceologiche.
Un elemento importante, che ha condotto all’individualizzazione del lavoro, è sicuramente da ricercare nelle nuove possibilità offerte dallo sviluppo delle nuove tecnologie informatiche.
Tali tecnologie permettono il contemporaneo decentramento delle funzioni lavorative e il loro coordinamento in tempo reale all’interno di reti interattive che possono coprire tutto il mondo.
Secondo Peter Fischer
“il moderno impiegato di se stesso è il proprio capo, e avrà tanto più successo quanto più sarà capace di essere il suo collaboratore ideale”.
Questo discorso conduce inevitabilmente all’affermazione che nel prossimo futuro la persona diventerà un’impresa.
Il 5 Maggio del 2001 a Berlino, il direttore delle risorse umane della Daimler Chrysler, Norbert Bendel, nell’occasione di un congresso internazionale sulla società della conoscenza, spiegò ai presenti che
“i collaboratori dell’impresa fanno parte del suo capitale, il loro comportamento, come le loro capacità sociali ed emotive svolgono un ruolo importante nella valutazione del loro grado di qualificazione. Le loro motivazioni, il loro know how, la loro flessibilità, la loro creatività e la preoccupazione di accontentare la clientela, costituiscono la materia prima dei servizi innovativi. Il loro lavoro non si misura in ore ma in base ai risultati ottenuti e alla loro qualità. Essi sono degli imprenditori”.
Questa nuova tendenza “imprenditoriale” già era stata evidenziata alcuni anni prima dal direttore della formazione della Volkswagen, Peter Hesse, secondo cui
“se i gruppi di lavoro hanno una larga autonomia nel pianificare, organizzare e controllare il processo di produzione, i flussi materiali e le competenze, siamo di fronte a una grande azienda fatta di piccoli imprenditori autonomi”.
La propensione delle grandi aziende è quella di impiegare una percentuale sempre minore di collaboratori permanenti, anche se soggetti a forme di flessibilità di orario, che varia in funzione del volume delle ordinazioni e una percentuale sempre maggiore di lavoratori interinali, con contratto a tempo determinato e collaboratori esterni precarizzati, come gli addetti a lavorazioni e servizi esternalizzati, subappaltati a imprese autonome ma in realtà legate alle grandi aziende utilizzatrici, i lavoratori a domicilio e prestatori di servizi individuali, il cui volume di lavoro è sottoposto a forti variazioni e retribuiti in base al rendimento o al tempo impiegato.
Il fenomeno dell’uomo che diventa un’impresa deriva in gran parte dalla natura del sistema economico a rete.
In tale sistema ogni impresa è inserita in una rete territoriale collegata con altre reti in un sistema extraterritoriale e la produttività delle imprese dipende in larga misura dalla capacità di cooperazione, di comunicazione e di autorganizzazione dei loro membri.
Anche attraverso l’impegno nella propria vita lavorativa, nel caso in cui una vita lavorativa esista, l’individuo non riesce a identificarsi pienamente nel proprio lavoro.
Il legame con l’impresa è debole, precarizzato, così ciò che diventa importante per l’uomo sono le attività extralavorative e il lavoro diviene solo il mezzo attraverso il quale egli può svolgere queste attività gratificanti e creatici di senso.
A ciò è da aggiungere che a causa dei cambiamenti delle condizioni di occupazione, la vita privata diventa sempre più dipendente dall’impiego che si riesce a trovare.
Il lavoro sconfina nella vita privata in quanto gli individui si devono assumere la responsabilità della propria preparazione professionale, della propria salute e della propria mobilità.
All’interno di questo “scenario individualizzato”, paradossalmente definito se si pensa che ci troviamo nell’epoca della globalizzazione, si colloca la nascita del termine “Muddling Trough” che descrive
“una nuova società di lavoratori autonomi,  aziende costituite da un unico uomo o da un’ unica donna che hanno poco in comune con l’idea tradizionale d’impresa. L’obiettivo imprenditoriale non è tanto la conquista del mercato, ma lo sviluppo di una propria biografia, ma una cosa accomuna queste singole esistenze: tutte si collocano al di fuori di qualsiasi ipotesi di rapporto di lavoro regolato da contratti collettivi, trattative sindacali e relative forme strutturate di previdenza”,
così la conseguenza logica di una società così strutturata sarà senza dubbio la frammentazione delle classi lavoratrici, perché andrà perduto ogni elemento in grado di accomunare i lavoratori, ormai individuali e autonomi e non più riconducibili ad un “collettivo solidaristico”.
Come ben ha rilevato Ulrich Beck,
“nel momento in cui l’individualizzazione delle singole situazioni esistenziali si incontra con l’individualizzazione delle singole situazioni lavorative e queste si rafforzano a vicenda, la società corre il rischio di disgregarsi”.
A questa considerazione si lega anche quella di Luciano Gallino sulla “placeless society” cioè
“una società in cui è possibile e conveniente lavorare ovunque poiché siffatta attività ha perso ogni legame definito con un determinato spazio fisico”.
Molti lavori, per favorire la flessibilità e per ridurre gli investimenti fissi, sono stati spogliati del luogo dove si sarebbero dovuti svolgere, basti pensare al telelavoro, ai deskless jobs, cioè mansioni impiegatizie senza scrivania, ai meccanismi di terziarizzazione interna i quali rendono possibile la situazione in cui all’interno di una azienda lavorino dipendenti di altre aziende, addirittura decine, con alti ritmi di rotazione.
Ciò che scompare insieme al luogo di lavoro sono
“le proprietà storiche del lavoro come le relazioni faccia a faccia, la possibilità di manifestare le proprie qualità in un gruppo ai fini di una promozione, il legame tra il lavoratore e i suoi mezzi di produzione e la vera solidarietà nel mondo del lavoro che nasce proprio dai legami sociali, provocando così un indebolimento delle organizzazioni dei lavoratori”.
Quindi il lavoro sta subendo una trasformazione sul versante della socialità, come manifestazione del legame sociale.
La causa di tale problema è insita nell’impossibilità per molti individui, uomini e donne, di trovare nel lavoro la via principale per manifestare la propria vocazione professionale e per contribuire alla vita sociale.
Nel contesto attuale, così radicalmente cambiato rispetto a venti o trenta anni fa, il lavoro rischia di non identificarsi più come un fattore centrale della costruzione dell’identità di una persona, come una componente essenziale nei processi di emancipazione e di giustizia sociale, come un elemento principe per accedere alla cittadinanza.
Per tutti questi motivi, il lavoro oggi, così cambiato rispetto al passato, deve essere maggiormente tutelato, rappresentato, utilizzando le parole di Accornero
“bisogna movimentare e articolare la tutela secondo gli intricati percorsi individuali e non solo secondo le lineari traiettorie collettive, del lavoro o della classe, altrimenti, il sindacato oscillerà sempre più fra una tutela dei grandi interessi, che delegherebbe il piccolo interesse all’autotutela, e una tutela massima dei posti, che rinuncerebbe a una tutela minima dei lavori”,
in particolare ci si dovrà preoccupare di renderlo maggiormente conciliabile con la famiglia e con la propria comunità di riferimento.
Per raggiungere tali obiettivi sono state diverse le proposte suggerite, tra cui la formazione permanente, la flessibilità sostenibile, attuabile innanzitutto attraverso l’impedimento della cancellazione dei diritti fondamentali dei lavoratori e rinnovando il sistema delle tutele e della protezione sociale e attraverso la globalizzazione della solidarietà da parte delle organizzazioni del lavoro.